Il velo in Veneto: narrazioni strumentali e pensiero unico

di Marta Panighel
L’undici febbraio scorso il consigliere regionale veneto Alberto Villanova – gridando allo scandalo – diffondeva su facebook un post
 con le foto di una donna velata, in attesa all’ospedale di Conegliano (Treviso). Prendendo una posizione molto netta rispetto all’uso del velo (“intollerabile” in luoghi pubblici), Villanova affermava di non aver “nessuna intenzione di far[s]i integrare con queste usanze tribali, disconosciute dalla maggioranza dei mussulmani ma non dai perbenisti nostrani”. [ebbene sì, il consigliere oltre ad essere femminista è pure portavoce della comunità musulmana della Marca]
Per nulla intenzionata a redigere un j’accuse ad personam, non riesco a frenare la volontà di decostruire l’ennesimo discorso discriminante, stereotipato e disinformativo, nonché la costruzione di un unico immaginario rispetto ai temi di migrazione e integrazione.

La narrazione strumentale del “altro”
Sicurezza, rispetto, decoro: sono queste le parole con cui Villanova si scaglia contro l’uso del burqa. Quando faccio notare che quello indossato dalla signora non è un burqa, mi risponde: “si è vero ho chiamato per semplicità burqa quello che in realtà è un niqab […] ma non credo che la differenza tra i due vada a cambiare in modo sostanziale la questione”. A ben guardare, tuttavia, la donna non porta né burqa,niqab, veli che coprono tutto il corpo lasciando svelati – in maniere differenti – solo gli occhi. Le foto ritraggono invece una donna che indossa una gonna azzurra e una blusa colorata; il suo velo assomiglia piuttosto ai veli indossati dalle donne egiziane di classe agiata all’inizio del secolo scorso, un tessuto che copre capo e viso ma che non rientra in nessuna delle categorie sopracitate.

Nonostante la risposta del consigliere leghista, queste considerazioni cambiano, eccome, la questione: ridurre un fenomeno complesso (con radici storiche e culturali che trascendono l’Islam) a una singola parola è un atto compiuto non certo per “semplicità” di espressione/comprensione. Il termine burqa è stato caricato di valori negativi e anti-occidentali, almeno dal 2001: come non ricordare George W. Bush che giustifica l’invasione dell’Afghanistan da parte delle truppe americane affermando, tra le altre cose, la volontà di liberare le donne afghane dal giogo del burqa? Insomma, il termine non è né neutro né “semplice” (al massimo semplicistico) e ci pare utilizzato con un fine preciso: riproporre lo stereotipo della donna musulmana oppressa nonché l’immaginario della lotta di civiltà, stimolando nel fruitore del testo e delle immagini la risposta “di pancia” (che puntualmente è arrivata) “rimandiamole a casa loro”.

Il problema “sicurezza”
Il governo francese, nel 2004, ha votato una legge per impedire l’uso del velo (hijab) nelle scuole, in nome della laicità di stato e dei diritti delle donne musulmane. Nel 2011 la legge suddetta è stata ulteriormente inasprita, impedendo di portare il velo integrale (tra gli altri, burqa, niqab, chadri, abaya) nei luoghi pubblici. Se, da una parte, la corte europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo ha dichiarato nel 2014 che questa legge “non viola né il diritto alla libertà di religione né quello al rispetto della vita privata”, d’altra parte ha pure affermato che “è invece eccessiva la motivazione della sicurezza addotta dalla Francia per introdurre il divieto. Secondo la corte europea il divieto assoluto di portare il velo non è proporzionato alla preoccupazione di evitare ‘scambi d’identità’ e ‘prevenire attentati alla sicurezza di persone e beni’”.

Abbiamo pertanto domandato a Villanova a quale sicurezza facesse riferimento nel suo post: a quella delle donne o a quella del bacino di utenza dell’ospedale? Nel primo caso, ci preme ricordare che non è necessario andare a cercare il “mostro” fuori casa nostra, tanto meno nel migrante o nelle persone appartenenti a culture altre (se non, ancora, per soli fini strumentali). I dati dell’Istat e quelli raccolti dai centri antiviolenza disseminati su tutto il territorio nazionale parlano chiaro: ad agire violenza contro le donne sono, nella maggior parte dei casi, partner, ex partner e famigliari. Gli articoli di cronaca locale (tra gli altri, qui e qui) e nazionale (tra gli altri, qui e qui) ce lo ricordano ogni giorno. La violenza contro le donne esiste dunque anche nella nostra cultura, anche nel nostro beneamato Veneto, sotto forme che vanno dalla discriminazione, alla violenza psicologia ed economica per arrivare a quella fisica.

Nel secondo caso, forse il consigliere regionale voleva dire che ad essere messa a rischio era la sicurezza delle altre persone presenti nell’ospedale, esposte alla vicinanza forzata con una donna velata? Gli abbiamo pertanto chiesto se la donna in questione, oltre a starsene seduta ad attendere, avesse dimostrato comportamenti aggressivi o agito violenza contro qualcuno dei presenti, ma non abbiamo ricevuto risposta.

Tutelare le tradizioni o il pensiero unico?
Restano il “decoro” e il “rispetto per il nostro paese”. Scrive Villanova su facebook: “Non è questione di religione, ma di rispetto: se una persona indossa per volontà propria (o per imposizione del marito) una prigione di stoffa sta comunicando apertamente la volontà di NON integrarsi”. Più che il rispetto delle tradizioni italiane e/o venete ci sembra che in tutta questa storia sia tutelata soltanto una cosa: il pensiero unico, le affermazioni di un singolo che, per quanto eletto a rappresentante della comunità, non ha il diritto di parlare al posto di tutti i cittadini che la compongono. Non ci riferiamo, con queste affermazioni, a un atteggiamento scorretto del consigliere Alberto Villanova, quanto alla totale assenza di contraddittorio in una realtà che, nonostante il modo in cui viene rappresentata, è plurale e complessa.

Tranne qualche raro articolo degno di nota, i quotidiani locali che hanno raccontato la notizia si sono limitati a riportare, paro paro, quanto scritto da Villanova su facebook. Nessuno ha cercato di contestualizzare o problematizzare l’accaduto, nessuno si è preoccupato di rintracciare la donna che ha fatto scattare la polemica (o, se l’ha fatto, non c’è riuscito). E, forse ancora più desolante, nessuna voce alternativa si è alzata: né per prendere posizione (pratica che, si sa, comporta una certa dose di rischio, soprattutto per chi è perennemente in campagna elettorale), né per smontare le falle di un discorso discutibile, sul piano politico, storico, linguistico e legislativo. Perché, come scrive bene Stefania De Bastiani su OggiTreviso, “la donna […] non stava commentando alcun reato. L’articolo 5 della legge 22 maggio 1975, n. 152 infatti dice che ‘E’ vietato l’uso di caschi protettivi, o di qualunque altro mezzo atto a rendere difficoltoso il riconoscimento della persona, in luogo pubblico o aperto al pubblico, senza giustificato motivo‘”. Ma, nell’agosto 2005, il tribunale di Treviso ha “emesso una sentenza secondo cui se il burqa è indossato per motivi religiosi non è vietato e quindi non è reato”.

Lasciare che si costruisca un unico immaginario su migranti e integrazione è altamente pericoloso, in quanto genera paura, odio xenofobo e ulteriore discriminazione. Un esempio: lo sapevate che i furti in provincia di Treviso sono in calo? Non si direbbe dalle narrazioni che ci vengono proposte ogni giorno, vero?

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...