Del 25 aprile da emigrata (e del perché va bene così)

Bella Addormentata
N° 1, dei rosicamenti martellanti

Perché dormire/studiare/affrontare l’ansia del lunedì/lavorare quando potrei essere al Pratello?


N°2, della gioia & della riconoscenza
Vedo le vostre foto, leggo i post che condividete, leggo di lotte e resistenze storiche e quotidiane e penso a quando – mille anni fa o il primo anno di università – un’amica mi disse che sarebbe andata a Monte Sole anche se avrebbe dovuto studiare per l’esame, “perché per me è inconcepibile non festeggiare il 25 aprile”. E io che pensavo, mah, ok, Liberazione e quant’altro, ma da noi (Veneto → Treviso → Sinistra Piave etc ect… ma non voglio generalizzare, quindi dirò nel mio milieu familiare/culturale) il 25 aprile più che altro era un giorno X, in cui stare a casa da scuola e dormire fino a tardi e stop.

E poi arriva il 26 aprile 2016…
…e leggo l’editoriale di Oggi Treviso (qui) che riporta le dichiarazioni di Zaia di ieri:
Nel giorno del Santo Patrono di Venezia e della nostra regione, rivolgo il mio auguro a tutti i veneti nella speranza che, nel nome di San Marco Evangelista e della Serenissima, la nostra regione possa ritrovare presto la strada per lo sviluppo, il lavoro e il benessere coniugati con la sicurezza sociale e l’attenzione incessante ai più deboli.

Ecco perché [il 25 aprile] è la vera festa dei veneti, la celebrazione orgogliosa di una identità e di una cultura. Il richiamo a San Marco è anche memoria di una autonomia repubblicana e di una fierezza dell’essere veneti che ha radici antichissime. Valori che noi continuiamo a coltivare […]. Il 25 aprile, oltre che celebrazione del martirio dell’evangelista ad Alessandria d’Egitto, non può non essere anche il giorno in cui si ricorda la storia di una delle repubbliche più longeve e lungimiranti, che divenne modello di civiltà e libertà“.

Ovviamente, se non si fosse capito, il governatore si riferisce alla Repubblica Veneta, non alla Repubblica Italiana.

Noi siamo gli eredi di questo patrimonio storico e di valori. Non soltanto dei valori della cristianità, della tolleranza e dell’accoglienza, patrimonio inscalfibile del popolo veneto, ma della difesa strenua di questi valori contro chi vuole capovolgerli in nome di un relativismo culturale che  non ci appartiene e che non appartenne alla Serenissima Repubblica. […] Buona festa, dunque, a tutti i veneti. E a tutte le donne venete, idealmente ma come da tradizione, l’omaggio di un ‘bocolo’ di rosa“.

E grazie Presidente, perché dopo gli auguri a TUTTI i veneti è bene ricordare che le donne (venete) non fanno parte di quel maschile plurale, e che per loro festeggiare vuol dire essenzialmente ricevere mazzi di fiori, mica invischiarsi nella politica – sia anche quella raffazzonata di questi sedicenti eredi della Serenissima.

(Non più) dalla provincia di Treviso
Quindi sì: casa mi manca, mi mancano le montagne che vedo dalla mia finestra, mi mancano i pomeriggi sdraiata a leggere sugli argini *della* Piave, mi mancano le verdure dell’orto di mia madre, mi manca la lupa (che appena torno è felice e scodinzola tutto il tempo e già al terzo giorno non vede l’ora che me ne vada) ma ancora una volta credo che EMIGRARE – e non fuggire all’estero a cavallo del mio cervello, né divenire una dei tanti “espatriati”, come veniamo chiamati noi europei bianchi di classe media che ce ne andiamo in giro per il mondo –  sia stata la cosa migliore che abbia mai fatto.
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