
Circa una settimana fa ho scritto il pezzo qui sotto, ispirata da alcune riflessione lette su Abbatto i Muri, uno spazio che se non ci fosse bisognerebbe inventarlo, che libera le parole e le narrazioni in un modo tanto potente che non so neanche come descrivere.
L’ho scritto pensando di firmarlo solo come “M.”, perché l’anonimato è liberatorio [*mi sono concessa tutte le ingenuità che altrimenti avrei disertato*] e perché non avevo per forza voglia di essere associata a ciò di cui scrivevo. Ma ho vissuto una settimana che è parsa un mese, parlando – tra le altre cose – di coming out e di onestà intellettuale, ricevendo i feedback delle compagne di vita e di empowerment che in questi ultimi due anni mi hanno svoltato l’esistenza. Proprio oggi, leggendo la fuffa dell’ufficio stampa dell’Ulss 7 mi sono detta che #SIAMOTUTTIDISABILI, e il punto è che è davvero così.
Oggi è lunedì, diluvia e devo traslocare e non mi va per niente di inscatolare 9 mesi di vita. Oggi è lunedì e sono (più o meno) lucida: ho riletto per l’ennesima volta quanto scritto e mi sono detta che credo nelle rivendicazioni politiche, e che il silenzio, come affermava Audre Lorde, non ha mai salvato nessuno.
Come detto/scritto altre volte, dopo aver raccontato pubblicamente le debolezze/violenze vissute, ci tengo a (ri)dire che non si tratta di un’auto-lagna, né di una richiesta di visibilità o di aiuto. Si tratta invece di una serie di riflessioni personali che grazie agli strumenti acquisiti in questi ultimi anni di femminismo e di politica e di confronto non violento ed empatico con le costellazioni di affetti che illuminano le mie giornate ho deciso di condividere per spezzare il silenzio, la paura e lo stigma che si cela nel dolore individuale/individualizzato.
Terrorizzata ma convinta dell’importanza della rivendicazione politica della depressione, premo con timore e liberazione il tasto “pubblica”, perché credo appunto che solo attraverso la trasformazione pubblica delle nostre esperienze private/privatissime possa passare il cambiamento.
Voilà: “Non sto tanto bene”, o la rivendicazione politica della depressione